La Maturità – Dalla: Il Polistrumentista della Musica Melodica

Lucio Dalla (1943).

Caruso /

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La Maturità – Battisti: La Rivoluzione Sentimentale del Magico Poeta della Musica Leggera

La più grande svolta della storia della musica leggera italiana e, più in generale, del modo di fare canzone in Italia, cambiò totalmente alla fine degli anni ’60, quando emerse uno degli artisti più prolifici e importanti della musica italiana, unico personaggio nel suo genere, capace di sensazioni forti e di una capacità di esprimere le emozioni e i sentimenti nelle sue opere, che non fu mai più raggiunta nella storia della musica moderna; un artista che rappresenta uno dei grandi capisaldi della canzone moderna, probabilmente uno dei migliori nell’espressività delle sue esibizioni, nonostante l’eterna collaborazione con Mogol e Pasquale Panella per la creazione dei suoi testi, quasi mai composti da solo, ma che rimane quello che forse è l’artista più in grado di tutti di esprimere forti sensazioni e una sintonia tra palco e spettatore, un’empatia e un coinvolgimento emotivo che non succederà mai più nella musica successiva. Una della massime figure dello spettacolo italiano, ha rappresentato una svolta decisiva per la musica internazionale, rinnovando da un punto di vista musicale e personalizzando in ogni senso la forma della tradizionale canzone melodica. Grazie soprattutto ai testi di Mogol, ha saputo affrontare temi ritenuti esauriti e banali, a volte argomenti controversi, spingendosi alla sperimentazione pura di un nuovo concetto di fare musica. Lucio Battisti (1943-1998) nasce a Poggio Bustone, e la sua famiglia nel 1947 si trasferisce a Castel Sant’Angelo, anch’essa in provincia di Rieti, e nel 1950 a Roma. Dopo le scuole medie, chiede ai genitori di poter avere una chitarra, perché i ragazzini che abitavano vicino a lui suonavano spesso affascinanti brani rock and roll pervenuti dall’America; il primo apporto di Lucio con la musica fu da autodidatta, aiutato, si dice, dal matto del paese. La chitarra subì un calo di interesse fino al 1961, quando, iscritto ad un istituto tecnico industriale, trascurò gli studi per una nuova passione per la musica. Secondo la leggenda, suo padre Alfiero arrivò a sfasciargli la chitarra in testa; a parte le dicerie, Alfiero minacciò Lucio di non firmare, in quanto invalido di guerra, l’esenzione per il figlio dalla leva militare, e alla fine Lucio promise di terminare gli studi, avendo in cambio i due anni che avrebbe dedicato alla leva come tempo a disposizione per guadagnarsi da vivere con la musica. Nel 1962 si diplomò come perito elettrotecnico, e intraprese i suoi primi passi con la musica a Napoli, iniziando a suonare con I Mattatori; dopo qualche tempo, solitario e senza un soldo, torna a casa. Fece parte de I Satiri, che suonavano a Roma nel night club Cabala, dove suonavano anche I Campioni, il leader dei quali propose il posto di chitarrista a Battisti, che si trasferisce con loro a Milano, gravitando intorno al club Santa Tecla, tempio della nascente musica rock italiana. Matano, leader dei Campioni, consiglia a Lucio di cominciare a scrivere brani per proprio conto. Nel 1965, da Franco Crepax, viene notato ad un provino da Christine Leroux, cacciatrice di talenti, che lo indirizza alla Ricordi e all’incontro col paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol, il quale non rimarrà molto impressionato dalle canzoni di Lucio, che però dimostra umiltà e voglia di migliorarsi. Nel 1966 fu proprio Mogol ad insistere perché Lucio cantasse le canzoni che scriveva, ma l’artista non aveva fiducia nelle proprie doti canore limitate; quando Mogol minacciò di abbandonare la Ricordi, la casa discografica cedette e fece cantare Battisti. I suoi primi 45 giri non riscuotono successo, ma saranno portate alla fama dai Dik Dik e dai Ribelli. Nel 1967 Mogol e Battisti sono autori di “29 settembre”, canzone poi interpretata dagli Equipe 84: è evidente come Mogol abbia in mente la famosa linea verde, ovvero il processo di rinnovamento della musica italiana che aveva intenzione di attuare con artisti giovani ed emergenti quali Battisti. Nel 1968 incide “Prigioniero del mondo”, prima canzone nella quale appare il giovane artista, sul retro della quale vi è un’altra canzone, che diventerà uno dei suoi maggiori successi classici, “Balla Linda”, melodica ma già sperimentale, in cui Lucio rifiuta le rime baciate, in accordo con Mogol. Nel 1969 partecipa al Festival di Sanremo con “Un’Avventura”, dove riesce a conciliare la musica italiana con il Rhythm and Blues, con un caratteristico numeroso gruppo di fiati. Parte della critica si scatenerà ferocemente contro Battisti, definendolo impacciato sul palco dell’Ariston, con una capacità vocale limitata e stridente, incerta, barcollante, ironizzando sulla sua capigliatura folta e anticonformista. Subito dopo Lucio pubblica “Non è Francesca”. A marzo dello stesso anno, incide “Dieci Ragazze” e “Acqua azzurra acqua chiara”. Dopo poco rivela il suo fidanzamento con Grazia Letizia Veronese, segretaria del Clan Celentano, sua compagna di vita. Partecipa, sul secondo canale RAI, a “Speciale per voi”, programma di Renzo Arbore, lanciando “Acqua azzurra acqua chiara”, facendo aumentare esponenzialmente la popolarità di Lucio, che vince il Festivalbar dell’anno, ed esegue il suo primo tour. Fonda con Mogol la casa discografica Numero Uno, alla quale partecipano Lauzi, Pappalardo, Bennato e molti altri artisti, tranne Lucio che ha ancora un contratto in vigore. Subito dopo pubblica “Mi ritorni in mente” e “7 e 40”; viene presentato il lato A del suo 45 giri al programma di Walter Chiari “Gran Varietà”, arrivando al primo posto della hit parade. Scrive in quel periodo “Questo folle sentimento”, affidata alla Formula 3, e “Il paradiso”, cover di una canzone di Amen Corner, affidata a colei che l’aveva scoperta in Gran Bretagna, Patty Pravo. Nonostante la scherzosità, già si nota quale sia in effetti il suo carattere: schivo, chiuso, riservato, timido a volte, in cerca di un po’ di privacy, definirà i giornalisti come dannati curiosi, volendo essere giudicato solo per le sue canzoni. All’inizio degli anni ’70 le sue canzoni sono ai vertici delle classifiche, e nel ’73 occupano addirittura il primo e il secondo posto allo stesso tempo, con “Il mio canto libero” e “Il nostro caro angelo”. Compone “Io e te da soli” per Mina, “Per te” per Patty Pravo, “Mary oh Mary” e “E penso a te” per Lauzi, anche se quest’ultimo sarà ricordato come un suo grandissimo classico personale, e “La prima cosa bella” per Nicola Di Bari, che si classifica seconda a Sanremo del ’70. In quel periodo torna a rivolgersi in tono brusco al pubblico: sono tre ore che state a parlare e non si è concluso niente! Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono sì o no? Questa la risposta alle domande sul suo impegno politico e sull’instabilità della sua intonazione. Nello stesso anno scrive “Anna” e “Fiori rosa fiori di pesco”, “Il tempo di morire”, e a giugno intraprende un viaggio da Milano a Roma a cavallo, insieme a Mogol. In questo anno ci sarà il suo ultimo tour, e poco dopo vince Festivalbar, decidendo di realizzare un concept album sulle varie sfaccettature dell’amore. Dopo essersi esibito in “Emozioni”, la Ricordi decide di pubblicare una sua raccolta invece che il suo “Amore e non amore”, ritenuto di difficile comprensione e sperimentale, tendente al rock progressive. I rapporti cominciano ad incrinarsi, e, dopo aver pubblicato “Pensieri e parole” e “Insieme a te sto bene”, decide di lasciare la Ricordi; a quel periodo risale la lamentela dei giornalisti dei suoi comportamenti schivi di fronte alle telecamere e restii alle interviste, così Battisti si esibisce solo per loro e le loro famiglie, accompagnato da Mario Lavezzi e Mogol. In una sua apparizione a “Teatro 10”, si dice che scordò la sua chitarra a casa, e ne comprò una giocattolo alla Stazione Termini di Roma, forse volendo anche sfidare la critica che insinuava, in quel periodo, che non sapesse suonare bene, ed eseguì la sua “Eppur mi son scordato di te”, mandando in visibilio il pubblico, che nel finale iniziò ad urlare. Mogol gli propose poi di nuotare nel Po fino alla foce, ma i reumatismi di Lucio mandarono a monte il progetto. A luglio va a Campione d’Italia, dirigendo un’orchestra di 25 elementi per l’esecuzione di “7 agosto di pomeriggio”, brano del congelato album “Amore e non amore”, di cui Battisti si preoccupa perché ormai lo ritiene superato, eppur mai pubblicato dalla Ricordi: l’album sarà pubblicato poco dopo, e la canzone “Dio mio no” censurata per contenuti erotici scandalosi; in realtà si alludeva ad una donna in pigiama. Nello stesso anno viene registrata “Tutti insieme”, una trasmissione televisiva ideata da Mogol, dove si esibiscono tanti artisti amici della Numero Uno, Battisti per primo, Lauzi, Pappalardo, Mia Martini, Bennato, Mauro Pagani, Formula 3, Premiata Forneria Marconi. Con la Numero Uno pubblica “La canzone del sole” e “Anche per te”, 45 giri. Per la semplicità dei suoi accordi, pur evitando la banalità, “La canzone del sole” raggiunge una popolarità tale da diventare un brano classico per tutti coloro che imparano a suonare la chitarra, e uno dei classici più celebri della storia della musica italiana. Scrive altre canzoni per Mina, Bruno Lauzi e Little Tony. Da questo momento, nel 1972, cominciano a diffondersi delle voci sulla sua presunta fede politica nell’estrema destra neofascista, nonostante le sue smentite e quelle di Mogol. Sue frasi di alcune sue canzoni, come “mare nero”, “planando sopra boschi di braccia tese” in “La collina dei ciliegi”, e persino titoli di sue canzoni vennero ritenuti essere simbologie e allusioni al fascismo e all’esaltazione della patria. Non esistono prove certe, comunque. A “Teatro 10”, nell’aprile del ’72, si esibisce nella trasmissione di Alberto Lupo con la canzone “I giardini di marzo”, e cantando poi uno storico Medley insieme a Mina, uno dei momenti più alti della storia della televisione e dello spettacolo italiano. Pubblica poi “Comunque bella”, dichiarando di non voler rilasciare interviste, preferendo, a suo dire, l’olio di ricino alla televisione. La stampa lo accusa di farsi pubblicità in questo modo, e inasprisce i toni, chiamandolo pallone gonfiato e scopiazzatore di canzoni, dilettante spaventoso. Nel ’73 pubblica “Il mio canto libero”, album più venduto dell’anno; “Innocenti evasioni” e “Sognando e risognando” sono alcuni successi dell’anno. Il Messaggero lo accusa di aver eseguito una sagra delle stonature e dell’approssimazione, e da questo momento Battisti non si esibirà mai più in pubblico in Italia. Compone altre canzoni per Iva Zanicchi e Pappalardo, e poi non comporrà più per altri cantanti dopo il ’76. In occasione della nascita di suo figlio, i giornali inventeranno una sua fantomatica relazione con la attrice di cinema erotico Zeudi Araya, e da questo momento il suo rapporto con la stampa si chiuderà definitivamente. Ispirato da un viaggio in Sudamerica, nel ’74 pubblica “Anima latina”, il suo disco più ambizioso e complesso, dalle mille sfaccettature: brani lunghi e progressive, musica composta e stratificata, ampio uso di sintetizzatori, per valorizzare il ritmo nei brani, i testi si fanno criptici ed esoterici, la voce di Lucio sempre più soffusa, impercettibile a volte. I suoi brani principali sono “Anima Latina” e “Due Mondi”. Nella seconda metà degli anni ’70 visita gli Stati Uniti per un lungo periodo, affascinato dall’eccitante disco music, che lo influenzerà molto nella composizione di “Ancora Tu”, brano leggendario che rimarrà nella coscienza collettiva per decenni. Il figlio di Battisti, Luca, viene quasi rapito dall’Anonima Sequestri, ma poi è salvato dalla babysitter. Per paura di altri rapimenti, la famiglia Battisti si reca spesso a Londra in questo periodo. A settembre realizza il primo video musicale della storia della musica mondiale, contenente “Ancora tu” e “La compagnia”, superando di pochi mesi l’uscita di quello che erroneamente viene considerato il primo video, “Bohemian Rhapsody” dei Queen; questo primato però non lo fa adagiare sugli allori, e scrive “Io ti venderei” per Patty Pravo, e “Un uomo che ti ama” per Lauzi. Nel ’76 si sposa con Grazia. Inizia in questo periodo un’incisione di un album in lingua inglese, pubblicato in Italia con il titolo “Io tu noi tutti”, accompagnato dai singoli “Sì Viaggiare” e “Amarsi un po’”. Il ’78 è l’anno di “Una donna per amico”, “Nessun dolore”. Il 1980 vede l’uscita di “Con il nastro rosa”, “Una giornata uggiosa”; dopo questi singoli avverrà la rottura con Mogol. Non ci furono liti o divergenze, ma solo una diversità di vedute, dovute principalmente al fatto che Mogol era un innovatore ma con alcuni punti fermi, Battisti era un continuo cambiamento, sempre pronto a superare sé stesso e le sue abitudini per nuove sperimentazioni. Le sue successive collaborazioni, soprattutto con Pasquale Panella, nei suoi album, “E già” del 1982, “Don Giovanni” del 1986, “L’apparenza” del 1988, “La sposa occidentale” del 1990, “Cosa succederà alla ragazza” del 1992, “Hegel” del 1994, mostrano una voglia di continuo cambiamento e sperimentazioni letterarie che Panella riesce a realizzare grazie al suo animo affine con Battisti. Negli anni ’90 si parlerà di Abbattistamenti, presunti avvistamenti di Lucio, ormai introvabile dalla stampa italiana, e sparito dalla televisione. Muore nel 1998, all’ospedale San Paolo di Milano, anche se le cause della sua morte non sono mai state comunicate ufficialmente dalla famiglia. L’eredità che lascia alla musica e al patrimonio italiano è immensa: frasi che sono diventati proverbi “…lo scopriremo solo vivendo…”, “le discese ardite e le risalite”, onori e omaggi da tutto il mondo dello spettacolo della sua generazione e dalla generazione successiva. Il suo successo continua anche e soprattutto dopo la sua morte, in migliaia di giovani che, trascinati dai ritmi semplici e genuini delle sue canzoni, vengono coinvolti nelle sue opere senza tempo, capaci come nient’altro di suscitare profonde emozioni, perché Lucio Battisti è il poeta dell’emozione.

Medley Battisti-MinaE penso a te / Il mio canto liberoIo vorrei non vorrei ma se vuoi / I giardini di marzo / Emozioni / Mi ritorni in menteAncora tu / Pensieri e paroleLa canzone del sole / Eppur mi son scordato di teFiori rosa fiori di pesco / Anche per te / Balla LindaIl tempo di morire / Dieci ragazze / Acqua azzurra acqua chiara / Non è FrancescaUn’avventura / Innocenti evasioni / Una donna per amico / Con il nastro rosa / Sì viaggiareNeanche un minuto di non amore / Un uomo che ti ama / 29 settembreUna giornata uggiosa / Io vivrò senza te / 7 e 40 / Amarsi un po’ / Aver paura d’innamorarsi troppo / Soli / Io ti vendereiPrendila così / Orgoglio e dignità / Arrivederci a questa sera / Vento nel vento / Nel cuore nell’anima / Il nostro caro angeloLa spada nel cuore / Il paradiso non è qui

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La Maturità – Guccini: Il Cantastorie Intellettuale della Protesta Giovanile

All’incirca nello stesso periodo in cui emerge De André, di pari passo comincia ad affermarsi sulla scena un altro tra i più abili interpreti di una canzone composta secondo una tradizione popolare coniugata con uno spirito colto e raffinato, che però si rifiuta di agire secondo dettami aulici, e usa modalità e stili familiari e comunicativi. Francesco Guccini (1940) è uno dei più grandi poeti contemporanei, riesce ad essere un grandissimo esperto di glottologia, lessicologia, etimologia, dialettologia, traduzione e teatro, ma senza essere lontano dalle esigenze di una società popolare in cui si rispecchia, nonostante la propria cultura. A cavallo di tre generazioni, si propone come colui che più incarna le caratteristiche ideali del cantautore modello, con una profondità riflessiva dei testi e una tecnica più innovativa di De Andrè nella scelta delle musiche: è solito infatti proporre, oltre alle ballate che lo accomunano con il cantautore genovese, dei ritmi folk e rock. Nato a Modena da un impiegato delle poste toscano e una casalinga modenese. Suo padre fu chiamato alle armi nella Seconda Guerra Mondiale, e il piccolo Francesco andò a vivere con i nonni paterni sull’appennino tosco emiliano: molte delle sue canzoni attingeranno da questa ambientazione arcadica, montana, naturale. Questo attaccamento nostalgico all’infanzia e ai luoghi dove ha vissuto saranno presenti in suoi brani famosi, “Radici” e “Amerigo”. Dopo la guerra tornerà con i suoi genitori a Modena, canzone che cita nella sua canzone “Piccola Città”, che descrive il capoluogo emiliano nei suoi anni adolescenziali. Frequenta l’istituto magistrale Sigonio a Modena, lo stesso di Luciano Pavarotti. Definendosi nella canzone “Samantha” un burattinaio di parole, non ricorderà questi anni con felicità. Alla fine degli anni ’50 entrò nel mondo del lavoro come istruttore in un collegio a Pesaro, ma fu licenziato dopo poco tempo. Entrò nella Gazzetta di Modena, come cronista, lavoro che definirà massacrante, per due anni. Occupandosi di cronaca giudiziaria, fu poco spesso possibile per Francesco parlare o scrivere di musica, fino ad un’intervista a Domenico Modugno, nell’aprile del 1960, reduce di due vittorie sanremesi. Dopo questa occasione, rimarrà colpito dal fascino magnetico di Modugno, e deciderà infine di comporre “L’Antisociale”, sua prima canzone da cantautore. Guccini mosse i primi passi nel mondo della musica come membro di un’orchestra di balera, di cui facevano parte Pier Farri e Victor Sogliani, futuro componente dell’Equipe 84, più un altro chitarrista, Franco Storchi. Nato nel 1958, il complesso si chiamò prima Hurricanes, poi Snakers, e infine Gatti, dopo l’unione con i Marino’s. Con loro Guccini scrisse le scrisse le prime canzoni, come “Bimba guarda come”, “Roy Teddy Boy”, “Ancora”, “Viola come gli occhi di Angelica”, un rock and roll su modello degli Everly Brothers. Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferisce a Bologna, e Francesco si iscrive alla facoltà di Lingue dell’Università di Bologna, e l’anno successivo presta servizio militare, pur continuando a scrivere brani come “Venerdì Santo” e “La ballata degli annegati”. Nel 1964 I Gatti diedero vita agli Equipe 84, e Guccini rifiutò di farne parte, volendo continuare gli studi, che poi non terminerà, ad un passo dalla laurea. In questo periodo Francesco ascolta i Cantacronache di Amodei, Straniero, Liberovici. Poi si interessa al beat, ad artisti emergenti come Bob Dylan, e compone canzoni come “Auschwitz”, “E’ dall’amore che nasce l’uomo”, “Noi non ci saremo”. Dopo la metà degli anni ’60 avviene il suo debutto discografico, quando gli viene proposto di partecipare al Festival di Sanremo come autore della canzone “Una storia d’amore”, interpretata da Gigliola Cinquetti e Caterina Caselli. Nel 1967 esce il suo primo lavoro come cantautore, “Folk beat n. 1”, che però avrà un successo di vendita quasi nullo, ma che già denota le sue caratteristiche di cantautore, con arrangiamenti scarni e temi dolorosi come morte, suicidio, infermità, olocausto e guerra; di questo anno è anche un primo influsso di talking blues all’italiana. Inoltre vi è la canzone “In morte di S. F.”, che sarà poi chiamata “Canzone per un’amica”. In questo periodo viene invitato da Caterina Caselli e Giorgio Gaber nel programma “Diamoci del tu”; Guccini si presenta cantando “Auschwitz”; dopo quella puntata, scrive altre canzoni per la Caselli, come “Le biciclette bianche”, “Incubo n. 4”, “Una storia d’amore”, “Cima Vallona”. Furono tuttavia I Nomadi a portare verso il successo una delle canzoni più famose di Guccini: “Dio è morto”, una canzone che possiede un testo generazionale, ed esprime un’universalità di contenuti tale da essere elogiata anche da Papa Paolo VI, e venne trasmessa da Radio Vaticana, nonostante la stessa RAI l’avesse censurata perché blasfema. Nel 1968 incise un 45 giri contenente una delle sue canzoni più caratteristiche, “Un altro giorno è andato”, e “Il bello”. Comincia a scrivere anche per I Nomadi e Bobby Solo, e l’anno successivo vi è il suo debutto dal vivo al Centro culturale Pro Civitate Christiana di Assisi, cattolico di tendenza progressista. Il 1970 è l’anno di “Due anni dopo”, album dai toni esistenziali che lascia da parte le tematiche della protesta, eccetto per la canzone “Primavera di Praga”, assomigliando alla poetica leopardiana, ancora acerbo ma più maturo dell’album precedente. Il tema è il tempo che passa tra l’ipocrisia della borghesia. Qui ha inizio la collaborazione con una famosa folksinger Deborah Kooperman, che arricchirà i suoi brani con degli arpeggi fingerpicking, uno stile poco usato in Italia all’epoca. Francesco lascia in Italia la sua fidanzata Roberta Baccilieri, per la quale aveva scritto “Vedi cara”, e partirà in America con Eloise Dunn, ragazza alla quale insegnava al Dickinson College di Bologna. Tornato in Italia dopo la fine di questa relazione, con la caratteristica barba che non taglierà più. Riconciliatosi con Roberta, andò con lei a Santorini, e la foto di questa esperienza sarà il retro di uno dei suoi album. Undici mesi dopo “Due anni dopo” uscì “L’isola non trovata”, titolo della principale canzone dell’album, contenente anche “Un altro giorno è andato”, “L’uomo” e “L’orizzonte di K. D.”; fece sentire “La tua libertà” nel programma televisivo “Speciale tre milioni”, e divenne amico di Claudio Baglioni, e la sua fama si diffuse dalle osterie al teatro. Dopo qualche tempo, sposò la sua storica fidanzata Roberta, dedicandole la canzone “Eskimo”. L’anno della svolta è il 1972, anno di “Radici”, “La locomotiva”, “Incontro”, “Piccola città”, “Il vecchio e il bambino”, “Canzone dei dodici mesi”; in questo album dal titolo “Radici” affronta il tema della disuguaglianza sociale, della lotta per la libertà, ricalcando artisti anarchici di fine Ottocento. Il 1973 è l’anno di “Opera buffa”, album goliardico e spensierato registrato all’Osteria delle dame di Bologna e al folkstudio di Roma, che mette in scena le sue capacità canzonatorie e ironiche di cabarettista. Cominciano le esibizioni dal vivo, che diventano veri spettacoli teatrali, nei quali Guccini dialoga col pubblico, e si confronta con esso: “Il sociale e l’antisociale”, “Cirano”, “Addio”, “L’avvelenata”. L’anno successivo esce “Stanze di vita quotidiana”, un album controverso e di difficile ascolto, e rappresenta una profonda crisi nell’autore, dovuta a difficoltà con la critica e con la produzione. La sua canzone “Canzone per Piero” divenne un testo letterario, anche nell’esame di stato sull’amicizia del 2004. L’album del ’76 fu quello che lo consacrò anche commercialmente: “Via Paolo Fabbri 43”, più complesso, maturo, alludendo alla sua vita a Bologna: “Il pensionato” e “Canzone quasi d’amore”, dalla poetica esistenziale. L’album del ’78 “Amerigo” contiene la sua famosa Eskimo. La rivista Grand Hotel scrisse su di lui: il padre che tutti i giovanissimi vorrebbero avere. Nel ’78 si separò da Roberta e iniziò con Angela una relazione dalla quale nacque una bambina. Salutò gli anni ’80 con “Metropolis”, album al quale è molto legato e che narra il filo conduttore di alcune città come “Venezia”, “Bologna”, “Bisanzio”. Gli arrangiamenti si fanno più corposi, in uno sfondo di disagio nella vita di queste poleis, ed è ormai distante dal folk; incominciano delle sonorità con il sax, bassi, chitarre, batterie, zufoli e clarinetti, e il tema dell’inutilità del viaggiare, con il tema apocalittico sempre presente. Nell’album successivo, “Guccini”, spiccano canzoni come “Argentina”, “Autogrill”, “Gulliver”, “Shomer ma mi llailah”, “Inutile”. L’album dell’84, “Fra la via Emilia e il West”, ebbe singoli interpretati magistralmente dal vivo con ospiti illustri come Gaber, Paolo Conte, Roberto Vecchioni, I Nomadi, Equipe 84. Negli anni successivi emerge molto la canzone “Scirocco”. Negli anni ’90 continuò con atmosfere goliardiche e cavalleresche, con temi esistenziali, e nel nuovo millennio divenne un artista di riferimento soprattutto per i più giovani, la terza generazione tra le tre che aveva rappresentato. Le canzoni dell’ultimo periodo sono caratterizzate da dialoghi immaginari con personaggi mitologici e storici. I suoi registri linguistici variano dal popolare all’aulico, con citazioni morali di grandi autori. Nonostante la sua vicinanza con la sinistra italiana, i suoi brani non sono iscrivibili in un partito o un solo pensiero, perché, come De André, egli si definisce anarchico di stampo socialista liberale.

Dio è morto / RadiciStagioni / Cyrano / Don Chisciotte / Il vecchio e il bambinoL’avvelenata / AuschwitzAutogrill / La locomotivaIncontro / Eskimo / Canzone per un’amica / Bisanzio / Canzone quasi d’amoreVenezia / Canzone dei dodici mesi / Bologna / AddioCanzone della bambina portoghese / Nostra signora dell’ipocrisia / Vedi cara / Piccola cittàLa ballata degli annegatiTi ricordi quei giorni / Quattro stracciCanzone delle domande consuete / Noi non ci saremoUn altro giorno è andatoL’antisociale

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La Maturità – De André: L’Umile Trionfo del Cantautorato Esistenzialista di un Poeta Anarchico

Nei primi anni ’60, dopo il grande movimento dei cantautori degli anni ’50, che saranno per lo più attivi anche in questi anni, si assiste al completo instauramento della canzone d’autore nel panorama musicale italiano. La cosiddetta Seconda Stagione dei cantautori, di età non molto diverse dai loro colleghi ed amici della prima, è composta da artisti che rispecchiano il sentimento di rivolta e disagio sociale che si respira molto di più degli anni precedenti. Il grandissimo cambiamento introdotto dal rock non impedisce alla canzone d’autore di affermarsi come alternativa ad un sistema ormai marcio. Il solido basamento di questo periodo è Fabrizio De Andrè (1940-1999), considerato il più grande cantautore italiano, grande ammiratore del grande Modugno, e maggiore interprete del puro scopo del mestiere di cantante e autore: l’impegno sociale coniugato alla canzone d’amore, la ribellione contro la società coniugata al carattere romantico delle sue ballate. Incarna, dunque, l’apice di questo movimento italiano, poiché le sue non sono solo canzoni o album, ma “opere musicali”, come le definirà poi Morgan, suo grande estimatore, che includono un grande impegno sociale, una grandissima sensibilità, e una innata capacità tecnica in campo musicale e poetico letterario. Fu anche profondo conoscitore e studioso della glottologia genovese, sarda e gallurese, e in parte anche napoletana. Di simpatie anarchiche e pacifiste, gli sono state dedicate piazze e vie appena dopo la sua prematura scomparsa. Nato a Genova da una famiglia di alta borghesia industriale, da genitori piemontese; il padre, vicesindato di Genova del Partito Repubblicano, ricercato dalle squadre d’azione fasciste, trova rifugio nel paese natale, a Revignano d’Asti, dove Fabrizio vive l’infanzia. Il suo comportamento provocatorio e fuori dagli schemi divenne famoso nella scuola pubblica alla quale era stato mandato, e il padre lo fece trasferire alla severa scuola dei Gesuiti dell’Arecco. Scuola di rampolli della Genova per bene, l’istituto assistette ad un episodio di tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita nei confronti di Fabrizio, che tuttavia ebbe una reazione irriverente e pronta, prolungata e chiassosa, tanto che alla fine l’ordine lo espulse per placare lo scandalo. Ma suo padre Giuseppe, eroe della Resistenza, ne venne a conoscenza e ordinò di aprire un’inchiesta al Provveditorato, e il gesuita fu allontanato. Fabrizio frequentò poi corsi di medicina e lettere, prima di approdare alla facoltà di Giurisprudenza all’Università di Genova, ispirato dal fratello Mauro che diverrà un noto avvocato. A sei esami dalla laurea abbandona tutto e si dedica alla musica. Georges Brassens lo affascina, e la sua carriera inizia dagli incontri con Tenco, Paoli, Bindi e la scuola genovese dei cantautori, di cui Fabrizio sarà l’ultimo esponente di maggior importanza. La vita sregolata che ebbe quel periodo creò degli attriti con la sua famiglia; insieme all’amico Paolo Villaggio praticava lavori saltuari, mentre si dedicavano l’uno alla musica, l’altro alla letteratura e alla poesia. La sua prima moglie, Enrica detta Puny, gli diede in quei primi anni ’60 suo figlio Cristiano. Divenne, per sostenere la sua nuova famiglia, insegnante in un istituto privato. Ma quando Mina fece diventare celebre “La canzone di Marinella” di Fabrizio, con la sua interpretazione, la strada per il successo si aprì. Nel ’61 pubblica il suo primo 45 giri, contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”, superando l’esame di autore alla Siae, a suo dire, utilizzando parte del testo di una canzone di Jacques Prévert. In questo periodo riesce ad affermarsi, fondendo atmosfere di musiche francofone, tematiche sociali trattate con crudo realismo o metafore poetiche, tradizioni mediterranee o internazionali. Nel ’67 esce “Volume I”, contenente successi come “Si chiamava Gesù”, “Bocca di Rosa”, “Via del campo”, “La morte”, “La canzone di Barbara”, “La stagione del tuo amore”, “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” e “Preghiera in Gennaio”, dedicata all’appena defunto Luigi Tenco, suo caro amico. In questo primo periodo si avverte, e questo tono rimarrà sempre, una nota amara sulla classe borghese benpensante che deride gli strati più umili della società, non sapendo che dietro quelle vite ci sono sofferenze e ingiustizie. Contro il perbenismo della società dell’epoca si scaglia poi la sua canzone simbolo, “Bocca di Rosa”, nella quale Fabrizio si riconosce. Già comincia ad emergere un primo canto pastorale e bucolico, in una ambientazione arcadica e surreale. Il successivo album “Tutti morimmo a stento”, del ’68, indaga gli aspetti più controversi della vita, dalla droga all’amore deluso, alla fiducia mal riposta, alle stagioni della vita pungente: “Cantico dei drogati”, “Leggenda di Natale”, “Ballata degli impiccati”, “Inverno” e i vari intermezzi musicali tra una canzone e l’altra. Sempre nel ’68 pubblica “Volume III”, contenente successi che riprendono temi affrontati da Brassens, con musicalità medievali e moderne: “La guerra di Piero”, “Il testamento”, “Amore che vieni amore che vai”, “La ballata del Miché” e “Il gorilla”, ironia sulla ghigliottina e la pena di morte, anch’essa ripresa da un tema di Brassens. Comincia il periodo dell’esistenzialismo, dell’indagine introspettiva. L’album “La buona novella”, che Fabrizio definirà il suo album più riuscito, abbandona i temi Barocchi di Tutti morimmo a stento, polverosi e che portano il peso della Controriforma, come dirà Faber, e si concentra sul tema dei vangeli apocrifi. In piena rivolta studentesca, De André decide di impegnarsi in questa opera perché sente la necessità di fare un parallelismo tra le lotte studentesche e il rifiuto dell’autorità e dei soprusi, in nome dell’uguaglianza, della figura di Cristo, non come una divinità ma come un eroe civile, un’icona della libertà: “Laudate Dominum”, “Ave Maria”, “Maria nella bottega d’un falegname”, “Via della Croce”, “Tre madri”, “Il Testamento di Tito”, “Laudate Hominem”. Dai toni graziosi e lieti di una giovane Maria si passa alla straziante sofferenza vista con sentimenti umani. L’album successivo, “Non al denaro non all’amore né al cielo”, è un libero adattamento del ’71 all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, raccolta di epigrammi su alcune lapidi nel cimitero di Spoon River, con storie singolari al limite dell’assurdo, a volte drammatiche, a volte comiche, o significative, tradotto in epoca fascista da Fernanda Pivano, poi amica di Faber, che compose le musiche di quest’opera con il maestro Nicola Piovani: “La collina”, “Un matto”, “Un giudice”, “Un malato di cuore”, “Un chimico”, “Un ottico”, “Un blasfemo”, “Un medico”, “Il suonatore Jones”. Il 1973 fu l’anno di “Storia di un impiegato”, un concept album tremendamente impregnato di critiche politiche e sociali contro la classe dirigente italiana, in nome del collettivismo che si sostituisce all’individualismo egoista e allo stato organicista irrispettoso, la storia di una voglia di cambiamento: “Canzone del Maggio”, “Il bombarolo”, “Verranno a chiederti del nostro amore”, “Nella mia ora di libertà” sono alcuni titoli. Nel 1974 propone “Canzoni”, settimo album, nel quale collabora con Francesco De Gregori, che lo influenza con il folk e rock anglosassone: è la fine dei concept album e l’inizio di una nuova fase per il cantautore genovese. Durante la registrazione del disco conosce la giovane Dori Ghezzi, sua futura moglie. “Morire per delle idee”, “Via della povertà”, “La ballata dell’amore cieco o della vanità”, “La canzone dell’amore perduto”, “La città vecchia”, “Delitto di paese”, “Valzer per un amore” sono le principali canzoni, dove Faber alterna toni critici e ironico allusivi a toni romantici. Il periodo che segue è di grande cambiamento: inizia la crisi di Fabrizio, ora che sta cominciando ad esibirsi anche dal vivo, cosa che non aveva mai avuto il coraggio di fare. Lavoratore instancabile al limite del perfezionismo, si imbottirà di whisky prima dei suoi concerti. In questo periodo la critica afferma che Faber capisce ciò di cui parlava nelle sue canzoni: la povertà, le difficoltà della vita che non aveva mai avuto. Cattiverie e maldicenze, oppure scomode verità, ma Faber continua il suo lavoro, spiato dai servizi segreti italiani che temono sia connesso con correnti marxiste e leniniste di cellule di sinistra estrema, secondo i servizi segreti connesse con la strage di Piazza Fontana e gli omicidi delle Brigate Rosse. Collabora ancora con De Gregori nel ’75, per dar vita a “Volume VIII”, bevendo e fumando tantissimo, dormendo di giorno e lavorando di notte, mentre De Gregori farà l’esatto contrario, seppur compagno di bevute. I due parleranno pochissimo e si incontreranno ancor meno in quel mese in Gallura, nella casa di De André; De Gregori racconterà di andare in città mentre Faber dormiva, o scriveva a casa. Nonostante la sregolatezza della loro collaborazione, sarà uno dei lavori più riusciti: “La cattiva strada”, “Oceano”, “Amico fragile”, “Giugno ’73” e “Canzone per l’estate”. In questo disco sono affrontate le tematiche di incapacità di comunicare tra persone, e il disagio verso un mondo borghese. Il successivo album del 1978, “Rimini”, segna l’inizio della collaborazione con l’autore Massimo Bubola, e tratta di argomenti come omosessualità e aborto, ma anche eventi di attualità, come il naufragio di una nave a Genova. In alcune canzoni, come “Sally” e “Volta la carta”, sono rilevanti le storie degli emarginati, degli ultimi, degli umili. Altro brano importante è “Coda di Lupo”. In quei tempi si trasferisce vicino a Tempo Pausania, in Sardegna, insieme alla compagna Dori Ghezzi. Nell’agosto del ’79 la coppia fu rapita dall’Anonima Sequestri sarda, e tenuta in ostaggio per quattro mesi finché il riscatto di 550 milioni fu pagato dal padre di Fabrizio. Quando sarà libero, Faber mostrerà solidarietà e compassione verso i suoi sequestratori, affermando: Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai. Il sequestro lo convince ancor di più ad affrontare nuove strade musicali, a contatto con la popolazione sarda. Il successivo album, infatti, senza titolo ma conosciuto come “L’indiano”, per l’immagine di un pellerossa, fu pubblicato nel 1981 e parlerà dei soprusi dei popoli oppressi, come il popolo sardo ritiene di essere, con sottili e velate allusioni al periodo della prigionia: “Fiume Sand Creek”, “Quello che non ho”, “Hotel Supramonte”, “Se ti tagliassero a pezzetti”. Dopo il disco, al processo perdonerà i suoi carcerieri, ma condannerà i mandanti, identificandoli come ricchi e potenti. Nell’84 esce “Creuza de’ ma’”, dedicato alla realtà calda mediterranea, tutto in lingua genovese, capisaldo della musica etnica internazionale, cui fonde la musica degli chansonnier francesi che tanto ammira. All’88 risale una collaborazione con Ivano Fossati, e nel ’90 esce “Le Nuvole”, album che riprende il titolo della commedia di Aristofane, alludendo ai potenti che oscurano il sole, collaborando con Mauro Pagani, di nuovo. L’oggetto di ricerca finì per essere l’Ottocento perbenista, cattolico, delle grandi utopie e del colonialismo; è un disco Sfacciato: “Ottocento”, “Don Raffaè”, “La domenica delle salme”. Fossati sarà ancora presente per la realizzazione dell’ultimo concept album, “Anime Salve”, del 1996, che si concentra sul tema della solitudine, sempre con quel tono irritante, contro le buone maniere: “Anime salve”, Dolcenera, “Khorakhané”, “Disamistade”, “Ho visto Nina volare”, “Smisurata preghiera”. I suoi familiari, dopo questi ultimi anni di vita, lo ricorderanno come l’unica persona in grado di provocare fastidio anche in un santo, anche in una bellissima giornata perfetta. Nell’estate del 1998, durante il tour Anime Salve, gli fu diagnosticato un carcinoma polmonare. Morì nell’11 gennaio 1999. Paolo Villaggio, suo amico di infanzia, dichiarerà, dopo il suo funerale, che ci fu una partecipazione, un raccoglimento, da parte di tutti gli esponenti della cultura italiana, così grande da convincerlo che lui non avrà mai un tale funerale: Ho avuto invidia per la prima volta di un funerale. Nella memoria collettiva egli rimane come un’icona della cultura italiana, un poeta moderno dalla parte degli ultimi, dalla parte del ghetto. Sarà omaggiato dai più grandi artisti della storia italiana. Fu il più grande cantautore della storia italiana, e le sue opere lo testimoniano.

Il Pescatore / Bocca di Rosa / Il Testamento di Tito / Volta la carta / Via del Campo / Fiume Sand Creek / Coda di Lupo / Sally / La guerra di Piero / Il Bombarolo / La Collina / Un matto / Un giudice / Un blasfemo / Un malato di cuore / Un medico / Un chimico / Un ottico / Il suonatore Jones / Canzone dell’amore perduto / La Città vecchia / La canzone di Marinella / Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers / Don Raffaè / Geordie / Cantico dei drogati / Si chiamava Gesù / La morte / Il testamento / Morire per delle idee / Verranno a chiederti del nostro amore / Leggenda di Natale / Via della croce / Oceano / Canzone di Maggio / Ballata dell’amore cieco o della vanità / Ballata del Michè / Ballata degli impiccati / La stagione del tuo amore / Amore che vieni amore che vai / Se ti tagliassero a pezzetti / Dolcenera / Creuza de’ ma’ / Ho Visto Nina Volare

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L’Interregno: Califano: Il Romantico Autore Trasgressivo

L’ultimo esempio di questo periodo musicale, appena prima della completa affermazione della canzone d’autore italiana e del trionfo della seconda stagione dei cantautori, è Franco Califano (1938), che si può considerare erede di una tradizione musicale semplice, quotidiana, “casareccia” e mai troppo d’accordo con l’anarchica e rivoluzionaria critica del mondo musicale contro la società del tempo. Uno degli artisti che si può considerare sfacciatamente italiano, artista scomodo per i suoi eccessi e per il suo carattere trasgressivo, a volte molto critico nei confronti di quella fazione della musica d’autore impegnata politicamente. Di origini salernitane, nasce a bordo di un aereo nei cieli di Libia, territorio a quell’epoca italiano, incarna da subito un essere animato da una grande irrequietezza, che vuole guardare il futuro con i propri occhi e, spesso, con troppa ingenuità. Vive un’infanzia pasoliniana, negli anni ’40, animata da esperienze guascognane e appassionanti, caratterizzata da mille vicessitudini e altrettanti guai, e mostra il suo carattere forse troppo burrascoso, così controcorrente da andare anche contro chi controcorrente già lo era, come, appunto, molti cantautori. Nonostante tutto, è un ragazzo molto intenso e affascinato dalla vita notturna, che lo “costringe” a dormire fino a tardi e a frequentare la scuola serale di Ragioneria a Roma nei primi anni ’50, e dalle belle donne. Ragazzo sensibile, ricettivo e amareggiato, trova subito nella canzone un espediente per esprimere la sua personalità e ciò che per uno come lui conta davvero: il contatto con le persone, la quotidianità, una profondità che non si esprime in un linguaggio ricercato o in un’eleganza dei suoi testi, ma nella mera e pura semplicità di espressione, che tocca un disagio filosofico ed esistenziale da sempre vissuto. Il Maestro, come lo chiameranno poi, non produrrà speculazioni teoriche o grandi insegnamenti nelle sue musiche, ma si limiterà ad esprimere le sue considerazioni sulla vita, e questo lo renderà a volte sottovalutato, ma comunque un grande fenomeno della musica italiana, prettamente interprete di un vissuto proprio e condiviso. Frequentatore di locali notturni e ring di boxe, seppur brillante studente, unico rimedio alla decadenza del sud Italia, rivela di sfogare le sue passioni oniriche nella notte, per riprendere l’attività di studente e amante della musica di giorno. Sono gli anni della Roma della Dolce Vita, e Via Veneto è un brulicare di sinuose bellezze e attrazioni interessanti. La sua passione musicale lo spinge ad esibirsi da ballate popolari a canzoni in voga a stelle e strisce. Ma quando una bellissima attrice sta per “stringergli il cappio al collo”, come affermerà Il Califfo, dopo una notte di introspezione deciderà di fuggire a Milano, scegliendo definitivamente la via della musica. La pratica deve vincere sulla teoria, spazio all’istinto. Nei primi tempi si esibisce in diversi locali milanesi, anche se la sua attività principale sarà quella di autore di testi per altri interpreti. Sempre a metà tra il playboy internazionale e il fascinoso moro italiano del Mediterraneo, troverà le porte spalancate verso il grande pubblico: piace alle donne perché maschio, piace agli uomini perché sicuro di sé, nonostante le sue controversie con la droga e l’arresto del 1970, che coinvolse anche Walter Chiari. Continua, nonostante il clima politico in fermento, che definirà pieno di falsi messia e mistificatori, e a raccontare di amicizie, amori, vite quotidiane. Il Prèvert di Trastevere, il Brel romanesco, personaggio kafkiano, ecco alcuni nomignoli dell’epoca per Califano. Le sue opere più importanti rimangono le canzoni che fece per Mia Martini, “Minuetto”, con Dario Baldan Bembo, e “La nevicata del ’56”, per Ornella Vanoni “La musica è finita” insieme al poeta Nisa, su musiche del grande Umberto Bindi, “Una ragione di più” per Mino Reitano, “Un grande amore e niente più”, vincitore di Sanremo nel ’73 per Peppino Di Capri. Le sue canzoni più importanti e di più successo rimangono ovviamente la celeberrima e bellissima “Tutto il resto è noia” e “Un’estate fa”. Importante è specificare che il suo interesse politico per il Partito Socialista Italiano e, successivamente, per il Partito Social Democratico Italiano sia sempre stato di nicchia e marginale nella sua vita, anche se recentemente ha dichiarato di essere un liberale anticomunista e cattolico. Premiato dall’Università di New York con una laurea honoris causa in Filosofia, per aver contribuito al diffondersi di un pensiero libero e della poesia dei testi della canzone italiana.

Tutto è il resto è noia / Minuetto / Un’estate fa / Me ‘nnamoro de te / E’ la malinconia / La musica è finita / Per una donna / Ti perdo / Il cuore al chiodo / Ok papà / Da solo / Chi sono io / Sto con lei / Ragazzo mio / Io per amarti

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L’Interregno – Celentano: L’Innovativo Padrone Rock della Televisione d’Autore

Un emblema della musica italiana, e un caso particolarissimo, rimane quello del Molleggiato, come lo si chiamava negli anni ’60, a causa del suo modo di ballare e di muoversi, l’unico, in quel momento, ad aver capito che in Italia stava per arrivare aria di cambiamento, in concomitanza con il boogie woogie americano e lo svilupparsi del rock and roll, e l’unico che, cavalcando questa onda di modernizzazione, introdusse un nuovo tipo di fare musica in Italia, sfrenato e potente: Adriano Celentano (1938). Nato in via Gluck a Milano da genitori pugliesi. Presa la quinta elementare, abbandona gli studi dedicandosi all’amato mestiere di orologiaio. Nel ’55 conosce il rock and roll dal film Il seme della violenza, accompagnato dalla colonna sonora di Bill Haley. Questa folgorazione lo convince a interessarsi di rock, e l’anno successivo debutta con i suoi Rocky Boys a Milano, per poi passare al Santa Tecla, club esclusivo del capoluogo lombardo. Aggiuntosi al gruppo Enzo Jannacci, Celentano si esibisce alternando musica, cabaret, imitando Jerry Lewis, e infine il ballo, che esegue in modo snodato e molleggiato. Al Palazzo del Ghiaccio, nel ’57, si tiene il primo Festival del Rock, che ha lo scopo di premiare i più bravi ballerini e cantanti di rock and roll italiano, supportati da orchestre. Tra il pubblico del Festival vi è il produttore Walter Guertler, che propone a Celentano una serie di cover di canzoni americane, che uscirà nel ’58. I giornali del giorno successivo al Festival del rock parlarono del nuovo divo Celentano che aveva deturpato il Palazzo del Ghiaccio, in modo molto duro nei confronti della nuova moda americana. Nello stesso anno conosce Miki Del Prete, ballerino rock and roll, che diventerà uno dei suoi maggiori collaboratori, e anche autore di testi. In questo periodo si aggiunge anche Gaber al gruppo di Celentano. I primi dischi dell’autore sono delle cover di “Tutti Frutti”, o “Jailhouse Rock”, e altri classici del rock, ma successivamente Guertler riconosce la produttività di Celentano e lo dirotta nell’altra sua etichetta, la Jolly; l’autore dedice di riproporre la canzone di Gaber “Ciao ti dirò”, vincitrice del Festival del rock. Ma il vero successo viene con “Il ribelle”, seguito da “Il tuo bacio è come un rock”, suo eterno classico. Formato il nuovo gruppo de I Ribelli, propone la canzone “Teddy Girl”, ma subisce un incidente d’auto ed è costretto ad interrompere i suoi progetti musicali per un periodo, comunque abbastanza breve. Sulla scia di Fred Buscaglione, recita in un Musicarello, lungometraggio per pubblicizzare un suo album. Partecipa nel ’60 a La Dolce Vita di Fellini, esibendosi in un locale durante il film, cantando “Ready Teddy”. Pubblica poi “Serafino Campanaro”, prima di partire per il servizio militare. Nel ’61 partecipa al Festival di Sanremo grazie ad una speciale dispensa dell’allora ministro della difesa, Giulio Andreotti, in coppia con Little Tony, con “Ventiquattromila baci”, e scandalizzando il pubblico, quando gli da le spalle fino a che l’orchestra non cambia ritmo. Altro successo è la seconda classificata a Canzonissima del ’61, “Nata per me”. Ma l’etichetta continua ad obbligare Celentano a rinunciare, per i suoi dischi, ai musicisti con cui suona nei concerti live, e non sempre ascolta le sue esigenze di scrivere nuove canzoni. Così Celentano crea una nuova etichetta discografica, il Clan Celentano, che coinvolga i suoi musicisti e scopra nuovi talenti, ispirandosi al Rat Pack di Frank Sinatra. In questo periodo escono “Stai lontana da me”, “Sei rimasta sola”, “Amami Baciami”, “Si è spento il sole”. Il Clan diventa più di un’etichetta: una comune di riunione di molti artisti. Gli atteggiamenti dispotici di Celentano fanno tramontare dopo appena sei anni la sua etichetta, dovuta anche all’abbandono delle collaborazioni da parte di Don Backy. Segue l’incisione di “Pregherò”, l’italianizzazione di Stand By Me di Ben E. King. Seguono “Grazie, prego, scusi”, “Sabato triste”, “Il problema più importante”, “Sono un simpatico”. Dopo anni, decide di tornare al Sanremo del ’66 con “Il ragazzo della via Gluck”, che diventerà uno dei suoi più grandi successi, e susciterà l’interesse di Pasolini per un nuovo film. Seguirà “Mondo in mi 7a”, che parla dei mali del secolo, a metà tra la protesta e la predica. Nello stesso anno Paolo Conte gli scrive “Chi era lui”, che parla di Gesù, “La coppia più bella del mondo”, “Azzurro”. “Una carezza in un pugno” sarà il successo immediatamente seguente; in quel periodo di contestazione giovanile, la giovane generazione lo bolla come superato e reazionario, perché le sue vesti di predicatore lo rendono insopportabile, in brani come “Chi non lavora non fa l’amore”. La successiva “Sotto le lenzuola”, ultima partecipazione a Sanremo nel ’71, rappresenterà il passaggio al periodo successivo: il periodo della nuova moda “Prisencolinensinainciusol”, che prende il nome da una sua famosissima canzone, in una lingua inventata pseudo inglese, di critica contro l’Italia che cantava canzoni americane senza saperne il contenuto; rappresenta il primo rap in assoluto, ed una delle ballate più famose di Celentano. Negli anni ’70 i suoi principali successi si riavvicinano ai giovani: “Svalutation” e “Ti avrò”. Negli anni ’80 si è dedicato molto al cinema e agli spettacoli televisivi, come nel programma Fantastico. Gli anni ’90 vedono la pubblicazione di altri album, nei quali spesso Celentano si definisce il Re degli Ignoranti, nuovo appellativo dopo Il Molleggiato. Subisce poi una ripresa di popolarità alla fine degli anni ’90 con i duetti con Mina in “Acqua e Sale” e “Brivido Felino”, e con i suoi nuovi singoli “L’emozione non ha voce”, “Gelosia” e “Per averti”. Continua a produrre tuttora nuovi dischi. L’importanza di Celentano non è soltanto quella di aver dato un contributo essenziale per la musica italiana e per l’introduzione in Italia del rock, ma anche per la sua importanza nel mondo dello spettacolo e televisivo, nel quale molte volte ha provato a proporre temi spinosi.

Il tuo bacio è come un rock / Il ragazzo della via Gluck / Ventiquattromila baci / Mondo in mi 7a / Prisencolinensinainciusol / Grazie prego scusi / Pregherò / Il problema più importante / Sono un simpatico / Azzurro / Sabato triste / Una carezza in un pugno / Chi non lavora non fa l’amore / Sotto le lenzuola / Svalutation / Chi era lui / Acqua e sale / Brivido felino / L’emozione non ha voce / Gelosia / Per averti

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L’Interregno – Jannacci: Il Pionere Comico del Rock Italiano

Un caso del tutto particolare, che forse lo rende simile in alcuni tratti al solo Celentano, è rappresentato da colui che, nel sodalizio artistico con Gaber, ha portato per la prima volta la musica rock in Italia, parallelamente, appunto, a ciò che il giovanissimo Adriano Celentano stava facendo nello stesso momento. Enzi Jannacci (1935), è stato uno dei maggiori protagonisti della musica italiana del dopoguerra, sebbene non sia possibile cercare di inquadrare la sua figura all’interno di una delle due stagioni del cantautorato o all’interno di un gruppo di essi, accomunati da temi, timbri o sonorità in comune: Jannacci è sempre stato un caso a parte, del tutto particolare, rappresentando anche uno dei pionieri del cabaret moderno. Nato a Milano, di origini pugliesi, figlio di un partigiano ufficiale dell’areonautica, si diploma al liceo classico Moreschi a Milano nel ’54, insieme al suo amico Giorgio Gaber, e si laurea in Medicina all’Università di Milano. In seguito, per ottenere la specializzazione in chirurgia generale si trasferirà in Sudafrica, presso l’equipe del luminare Christiaan Barnard, che effettuerà il primo trapianto di cuore della storia della medicina, e in seguito si recherà negli Stati Uniti. Comunque, la sua carriera musicale comincia a metà degli anni ’50, quando si diploma al Conservatorio di Milano presso il maestro Gian Luigi Centemeri in armonia, composizione e direzione d’orchestra, e comincia ad esibirsi nei locali milanesi come presentatore e cabarettista, poi avvicinandosi al mondo del jazz e del neonato rock and roll, che in America aveva appena visto l’ascesa di Elvis. Nel ’56 diventa tastierista dei Rocky Mountains, dove Tony Dallara aveva la parte vocale. Alla fine dell’anno, abbandonati i Rocky Mountains, conosce Celentano, che gli propone di entrare nei suoi Rocky Boys, sempre come tastierista. Nel ’57 si esibisce con il gruppo al Palazzo del Ghiaccio al Festival italiano del rock and roll, quando suonano “Ciao ti dirò”, che sarà un grande successo di Gaber. Alla fine del ’58 forma il duo I Due Corsari con Gaber, pur rimanendo nel gruppo, debuttando con alcuni 45 giri, che faranno un successo abbastanza notevole da fargli incidere altri due dischi, “Non occupatemi il telefono” e “Come facette mammeta”. Mentre a Genova si afferma la scuola dei cantautori, a Milano si cominciano a vivere dei profondi cambiamenti, dettati dagli influssi rock provenienti dagli ambienti americani; i maggiori pionieri del rock, oltre a Jannacci, furono proprio Celentano, Clem Sacco e Ricky Gianco. Come jazzista suona con Stan Getz, Gerry Mulligan, Chet Baker e Franco Cerri, mentre è da Bud Powell che si concentra sulla tastiera, in prevalenza usando la mano sinistra. Dopo il debutto con Gaber, compone anche delle canzoni in proprio come “L’ombrello di mio fratello” e “Il cane con i capelli”, in cui fa già intuire il suo stretto legame con la comicità. A questo filone surreale e quasi predecessore del demenziale, affianca brani romantici e introspettivi come “Passaggio a livello” e “Il giramondo”; con Gaber pubblica poi “Una fetta di limone”, “Tintarella di Luna”, “Birra”, per poi suonare con I Ribelli, nati dalle ceneri dei Rocky Boys. Si dedica ora e per la prima volta ad una tematica nella quale soltanto Jannacci ha il primato in Italia: l’emarginazione, le classi più umili, gli ultimi. Parla dei disagi sociali, degli emarginati della società, della povertà nelle sue canzoni “Un nano speciale” e “L’artista”. All’inizio del ’62 viene scritturato per “Milanin Milanon”, uno spettacolo dove collabora con Tino Carraro e Milly, e dove compone una delle sue prime canzoni in dialetto milanese, “Andava a Rogoredo”. Nel ’63 si esibisce come tastierista nella tournée dell’amico Sergio Endrigo, poi al locale Derby di Milano suona e conosce Dario Fo. Reciterà nel film di Tony Renis “Quando dico che ti amo” nel ’64. “El portava i scarp del tennis” è uno dei suoi maggiori successi dell’epoca, che Jannacci canta da Mike Bongiorno al programma “La fiera dei sogni”: è il suo esordio in televisione. “Veronica”, in collaborazione con Dario Fo, e “Sfiorisci bel fiore”, reinterpretata da Mina, Gigliola Cinquetti e De Gregori, sono due 45 giri di quel periodo. Nel ’65 pubblica il primo album della storia italiana ad essere un album live, registrato a teatro nello spettacolo “22 canzoni”, scritto con Fo. Inserisce altre due canzoni in questo disco, “Aveva un taxi nero” e “Il foruncolo”. Tra le canzoni più interessanti dello spettacolo vi è “La mia morosa la va alla fonte”, basata su una musica del XV secolo che De Andrè riprenderà per sottofondo musicale alla sua “Via del Campo”. Il 1966 è l’anno di “Sei Minuti all’Alba”, album sulla Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, un tema molto caro al musicista milanese. Due anni dopo torna alla ribalta con “Vengo anch’io, no tu no”, che scala le classifiche alla ribalta, sebbene la censura subita dalla strofa che parlava dei minatori italiani in Belgio morti tragicamente a Marcinelle, e questo gli vale la partecipazione in televisione ad alcuni programmi come “Quelli della domenica”, con Cochi e Renato, Lauzi, Lino Toffolo. In televisione dimostra di essere molto capace e a suo agio, contribuendo alla diffusione dei suoi pezzi, come “Ho visto un re”. A Canzonissima del ’68 vuole partecipare con questo brano, per scontrarsi con Gianni Morandi, ma la RAI si oppone e gli consente di effettuare soltanto un altro brano, “Gli zingari”, struggente, che però non ottiene, come era prevedibile, successo di pubblico. In questo periodo riprende gli studi di medicina, e la delusione è così grande che si trasferisce in Sudafrica e Stati Uniti. Quando torna in Italia la sua popolarità è scemata notevolmente, e i suoi nuovi Lp fanno emergere un Jannacci di ancora grande qualità; brani testimoni sono “Mexico e Nuvole”, “Faceva il palo”, “Ragazzo padre”. Si dedica molto alla realizzazione di “La tapparella”, spettacolo teatrale da lui ideato, e, dopo essere apparso in un film di Mario Monicelli, nei secondi anni ’70 comincia a comporre colonne sonore per molti film, tra i quali altri film di Monicelli. In questi anni produce molti dischi ma non fa concerti, dedicandosi soprattutto alla professione di medico. Alla fine degli anni ’70, grazie ad una collaborazione con Paolo Conte, torna a farsi vedere dal pubblico, organizzando molti spettacoli dal vivo, con il singolo “Ci vuole orecchio” nelle classifiche. Negli ultimi anni torna in televisione, esibendosi in concerti trasmessi dalla RAI, partecipando ancora al Festival di Sanremo, con scarsi risultati, con canzoni provocatorie e satiriche. Continua inoltre ad esibirsi a teatro, con naturalezza e semplicità, come ha sempre fatto. Il suo stile è sempre stato quello irrisorio e provocatorio della satira, alludendo a disagi sociali con irriverenza; come altri cantautori, aveva delle pecche vocali, e sebbene non avesse un timbro pulito, rimane uno dei più grandi innovatori della storia del rock italiano. Non è nemmeno facile descriverlo, le sue canzoni parlano per lui.

Vengo anch’io / Andava a Rogoredo / Tintarella di Luna / L’Armando / Il cane con i capelli / Ho visto un re / Un nano speciale / Ragazzo padre / Faceva il palo / Aveva un taxi nero / La luna è una lampadina / Mexico e Nuvole / Il giramondo / Veronica / Sfiorisci bel fiore / Il primo furto non si scorda mai / E io ho visto un uomo / Ohè sun chi / Hai pensato mai / L’ombrello di mio fratello / El purtava i scarp del tennis / Ci vuole orecchio

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